Mi avvicinai alla cellula a metà degli anni ’50 iscrivendomi al PCI nel 1956, in quanto a Campi la F.G.C.I., dopouna breve parentesi, non era più rappresentata in modo organizzato.
I primi incarichi ricevuti dal Partito erano quelli di diffondere l’Unità domenicale e distribuire le tessere che allora si pagavano con dei bollini mensili. Nel frattempo fui assunto a Firenze in una modisteria, mestiere che mi ha appassionato (all’epoca il cappellaio era un lavoro molto ambito) e permesso di avere una certa sicurezza economica, almeno per cinque anni. Purtroppo però negli anni ’50 eravamo ancora lontani dalla conquista dei diritti e così nel 1960 fui licenziato. Per fortuna dopo poco fui assunto in una industria tessile: 16 ore al giorno (8 ore di apprendistato e 8 di servizio).
Nel frattempo, l’allora segretario della sezione del P.C.I., Primaldo Paolieri, mi chiese se ero disposto ad impegnarmi nell’attività politica nel Partito con il compito di organizzare la F.G.C.I. che sotto l’impulso e la guida del compagno Achille Occhetto era diventata la più grande organizzazione giovanile. Mi misi immediatamente al lavoro e, con la collaborazione del mio amico e compagno Egilindo Carovani (detto Lisindo), demmo vita al 1° Circolo F.G.C.I. “Julian Grimau” in onore e memoria di un militante comunista spagnolo fatto “garrotare” dal generalissimo Franco.
In poco tempo l’organizzazione poté disporre di circa 160 iscritti.
Intanto, per quanto riguarda il mio lavoro, le cose si mettevano male. Fui avvicinato da un impiegato della ditta per cui lavoravo, il quale, senza nemmeno interpellarmi, mi informò che per me c’era pronta la tessera della mia iscrizione alla C.I.S.L. Risposi in modo risentito che io non avevo chiesto nessuna tessera e che avevo già un sindacato di riferimento al quale mi sarei iscritto presto: la C.G.I.L.In poco tempo l’organizzazione poté disporre di circa 160 iscritti.
Per tutta risposta il giorno seguente il mio nome figurava in un elenco di licenziati affisso in portineria. La disoccupazione per fortuna durò pochi mesi. Fui avvicinato dalla ditta Tesi, un grosso cappellificio di San Piero a Ponti specializzato in “Panama”, il tipico cappello di foggia sudamericana. Mi fu proposto di impiantare un settore per la lavorazione del feltro, naturalmente accettai.




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