I ricordi di Remo, si sono purtroppo arrestati al 1968, perché l'inesorabile male che lo ha colpito non gli ha reso possibile andare oltre, come avrebbe voluto, fino al 1990, l'anno che ha visto l'uscita del PCI dalla scena politica italiana.
Certo, sarebbe stato interessante conoscere il suo punto di vista sulle vicende successive al 1968, ma quello che ci ha lasciato come testimonianza è sufficiente per avere un'idea di come da militante comunista abbia vissuto gli anni della rinascita del nostro paese dal dopoguerra in poi, le luci e le ombre di una giovane democrazia che ha faticato ad affermarsi ed a consolidare le sue radici.
Fin dalla affermazione delle proprie origini proletarie, risalta l'orgoglio di appartenenza al popolo lavoratore, senza iattanza, senza retorica, con quella semplicità e quella schiettezza che sono le caratteristiche del suo modo di essere per tutto il tempo che ha vissuto.
Anche il riferimento al fatto che non aveva potuto continuare i suoi studi oltre la 5ª elementare è solo accennato, quasi come un fatto naturale, ovvio, date le sue umili origini, ma solo chi lo ha ben conosciuto ha capito come possa aver rimpianto di non aver avuto l'opportunità di proseguire negli studi, consapevole di certe sue doti naturali, come l'osservazione critica e la capacità di analisi delle situazioni politiche.
La politica, con la P maiuscola, è stata la sua passione principale, a quella ha dedicato la maggior parte della sua vita per quella ha maggiormente gioito e sofferto, senza risparmio, senza mai lamentarsi o menar vanto.
Certo le sue origini proletarie avevano avuto un'influenza grande sulla sua formazione politica, ma determinante era stata l'esperienza diretta nella fabbrica dove aveva provato sulla propria pelle pelle la discriminazione politica e sindacale e le prime sconfitte in un'epoca, anni '50 e '60 in cui essere comunisti in fabbrica voleva dire esporsi fino al licenziamento, indipendentemente dall'essere dei forti e validi lavoratori. In questo senso l'episodio della vertenza con il Cappellificio Tesi è significativo di un'epoca dura e di estremo sacrificio: lottare come rappresentante sindacale per migliorare le condizioni salariali dei compagni di lavoro e provare la delusione di vedere accettata da questi stessi compagni la contropartita imposta dal padrone dell'estromissione dei rappresentanti sindacali.
Ma Remo non indugia su questo che deve essere stato un duro colpo nella sua giovane vita di militante, non recrimina, quasi considerandolo un incidente di percorso, non si attarda a considerarlo come segnale allarmante di una difficoltà del movimento operaio di vedere affermata una coscienza di classe tale da respingere anche una lira di aumento in cambio della libertà di emancipazione. Eppur siamo nel 1967, e nelle città più industrializzate d'Italia si prepara la grande stagione che avrà il suo culmine negli anni '68 e '69.
La sua voglia di lottare non poteva bloccarsi di fronte alla prima sconfitta, così accresce il suo impegno e la sua voglia di far qualcosa di utile per una società più giusta e solidale.
Il suo racconto dei drammatici giorni dell'alluvione del 1966 che si abbatté su Campi non meno violentemente che a Firenze, è tutto incentrato sull'opera instancabile di aiuto e grande solidarietà alla popolazione più colpita,quella nelle campagne, nei casolari isolati nelle catapecchie ancora esistenti nella Campi degli anni '60, l'avventurosa fase dei soccorsi, molto spesso rischiosa per gli stessi soccorritori.
Questo spirito solidale è quello che spinse con entusiasmo Remo, più tardi a trasferirsi per un mese circa in Irpinia con le squadre di soccorso organizzate dal PCI e dall'associazionismo toscano per aiutare le popolazioni a riorganizzarsi dopo il terribile terremoto. Remo con la sua infaticabile attività collaborava alla installazione di capannoni e case mobili, ma nello stesso tempo collaborava con i compagni e con le istituzioni di Lioni alla ricostruzione della vita sociale, e non si scoraggiava mai se mancava un'identità di vedute con i compagni del luogo sulle priorità da affrontare, cosa che spesso accadeva.
I racconti che ci faceva tornando da quell'esperienza rimarcavano soltanto la voglia di risolvere insieme i problemi e descrivevano l'umanità sofferente che aveva incontrato.
Questa voglia di condividere con comunità meno organizzate l'esperienza acquisita nell'organizzazione delle feste dell'Unità a Campi Bisenzio e a Firenze, lo ha portato in luoghi lontani, come in Puglia, con l'ARCI per le cooperative dei braccianti extracomunitari e in Sicilia, con il Partito per allestire Feste dell'Unità e delle Donne, tenendo sempre insieme il lavoro materiale con quello di programmazione di iniziative politiche e culturali, cose che riteneva indispensabili per un' aggregazione non effimera della vita sociale.
L'antifascismo, che poi significa amore per la libertà e la giustizia, e quindi difesa delle istituzioni democratiche, era in Remo un solido sentimento dominante e discriminante che lo aveva visto fortemente impegnato non solo negli anni ‘50 e ‘60, ancora fortemente segnati dal riemergere di residui non meramente nostalgici, ma pericolosamente aggressivi e destabilizzanti, ma in tutte quelle occasioni che anche successivamente si sono ripresentate.
Non so come Remo avrebbe raccontato le vicende degli anni successivi al 1968, come poi avrebbe affrontato la questione che certamente ha lasciato un segno forte nella sua vita, tutta dedicata alla passione politica, la vicenda della fine del PCI, il partito per il quale si era impegnato in maniera totale, al quale aveva sacrificato molto più del suo tempo libero.
So, sappiamo, come abbia vissuto quel periodo successivo, con la solita coerenza ed il medesimo impegno, molto aperto e schietto nel confronto politico, insofferente solo verso l'opportunismo e l'ambiguità e quello che chiamava il carrierismo politico. D'altra parte il suo mito era e rimase Enrico Berlinguer e a quel modello, nonostante tutti i passaggi politici successivi, è rimasto fedele fino alla fine.
Anna Maria Mancini
Certo, sarebbe stato interessante conoscere il suo punto di vista sulle vicende successive al 1968, ma quello che ci ha lasciato come testimonianza è sufficiente per avere un'idea di come da militante comunista abbia vissuto gli anni della rinascita del nostro paese dal dopoguerra in poi, le luci e le ombre di una giovane democrazia che ha faticato ad affermarsi ed a consolidare le sue radici.
Fin dalla affermazione delle proprie origini proletarie, risalta l'orgoglio di appartenenza al popolo lavoratore, senza iattanza, senza retorica, con quella semplicità e quella schiettezza che sono le caratteristiche del suo modo di essere per tutto il tempo che ha vissuto.
Anche il riferimento al fatto che non aveva potuto continuare i suoi studi oltre la 5ª elementare è solo accennato, quasi come un fatto naturale, ovvio, date le sue umili origini, ma solo chi lo ha ben conosciuto ha capito come possa aver rimpianto di non aver avuto l'opportunità di proseguire negli studi, consapevole di certe sue doti naturali, come l'osservazione critica e la capacità di analisi delle situazioni politiche.
La politica, con la P maiuscola, è stata la sua passione principale, a quella ha dedicato la maggior parte della sua vita per quella ha maggiormente gioito e sofferto, senza risparmio, senza mai lamentarsi o menar vanto.
Certo le sue origini proletarie avevano avuto un'influenza grande sulla sua formazione politica, ma determinante era stata l'esperienza diretta nella fabbrica dove aveva provato sulla propria pelle pelle la discriminazione politica e sindacale e le prime sconfitte in un'epoca, anni '50 e '60 in cui essere comunisti in fabbrica voleva dire esporsi fino al licenziamento, indipendentemente dall'essere dei forti e validi lavoratori. In questo senso l'episodio della vertenza con il Cappellificio Tesi è significativo di un'epoca dura e di estremo sacrificio: lottare come rappresentante sindacale per migliorare le condizioni salariali dei compagni di lavoro e provare la delusione di vedere accettata da questi stessi compagni la contropartita imposta dal padrone dell'estromissione dei rappresentanti sindacali.
Ma Remo non indugia su questo che deve essere stato un duro colpo nella sua giovane vita di militante, non recrimina, quasi considerandolo un incidente di percorso, non si attarda a considerarlo come segnale allarmante di una difficoltà del movimento operaio di vedere affermata una coscienza di classe tale da respingere anche una lira di aumento in cambio della libertà di emancipazione. Eppur siamo nel 1967, e nelle città più industrializzate d'Italia si prepara la grande stagione che avrà il suo culmine negli anni '68 e '69.
La sua voglia di lottare non poteva bloccarsi di fronte alla prima sconfitta, così accresce il suo impegno e la sua voglia di far qualcosa di utile per una società più giusta e solidale.
Il suo racconto dei drammatici giorni dell'alluvione del 1966 che si abbatté su Campi non meno violentemente che a Firenze, è tutto incentrato sull'opera instancabile di aiuto e grande solidarietà alla popolazione più colpita,quella nelle campagne, nei casolari isolati nelle catapecchie ancora esistenti nella Campi degli anni '60, l'avventurosa fase dei soccorsi, molto spesso rischiosa per gli stessi soccorritori.
Questo spirito solidale è quello che spinse con entusiasmo Remo, più tardi a trasferirsi per un mese circa in Irpinia con le squadre di soccorso organizzate dal PCI e dall'associazionismo toscano per aiutare le popolazioni a riorganizzarsi dopo il terribile terremoto. Remo con la sua infaticabile attività collaborava alla installazione di capannoni e case mobili, ma nello stesso tempo collaborava con i compagni e con le istituzioni di Lioni alla ricostruzione della vita sociale, e non si scoraggiava mai se mancava un'identità di vedute con i compagni del luogo sulle priorità da affrontare, cosa che spesso accadeva.
I racconti che ci faceva tornando da quell'esperienza rimarcavano soltanto la voglia di risolvere insieme i problemi e descrivevano l'umanità sofferente che aveva incontrato.
Questa voglia di condividere con comunità meno organizzate l'esperienza acquisita nell'organizzazione delle feste dell'Unità a Campi Bisenzio e a Firenze, lo ha portato in luoghi lontani, come in Puglia, con l'ARCI per le cooperative dei braccianti extracomunitari e in Sicilia, con il Partito per allestire Feste dell'Unità e delle Donne, tenendo sempre insieme il lavoro materiale con quello di programmazione di iniziative politiche e culturali, cose che riteneva indispensabili per un' aggregazione non effimera della vita sociale.
L'antifascismo, che poi significa amore per la libertà e la giustizia, e quindi difesa delle istituzioni democratiche, era in Remo un solido sentimento dominante e discriminante che lo aveva visto fortemente impegnato non solo negli anni ‘50 e ‘60, ancora fortemente segnati dal riemergere di residui non meramente nostalgici, ma pericolosamente aggressivi e destabilizzanti, ma in tutte quelle occasioni che anche successivamente si sono ripresentate.
Non so come Remo avrebbe raccontato le vicende degli anni successivi al 1968, come poi avrebbe affrontato la questione che certamente ha lasciato un segno forte nella sua vita, tutta dedicata alla passione politica, la vicenda della fine del PCI, il partito per il quale si era impegnato in maniera totale, al quale aveva sacrificato molto più del suo tempo libero.
So, sappiamo, come abbia vissuto quel periodo successivo, con la solita coerenza ed il medesimo impegno, molto aperto e schietto nel confronto politico, insofferente solo verso l'opportunismo e l'ambiguità e quello che chiamava il carrierismo politico. D'altra parte il suo mito era e rimase Enrico Berlinguer e a quel modello, nonostante tutti i passaggi politici successivi, è rimasto fedele fino alla fine.
Anna Maria Mancini




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